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 Brindisi con il Duca Giovanni Guarini EUSTODIVAGAZIONI ENOICHE - Dico vino e dico «una magnifica esperienza sensoriale che sa di terra, di vite e di buon vissuto». C’è tutta la nostra storia dietro il vetro di un nostrano Rosso, Bianco, Rosato. Il vino ci scruta dalla bottiglia e racchiude in sé tutta la forza di un territorio.
Ne ringraziamo il sole, il lavoro del vignaiolo, dell’enologo che lavora in cantina affinché tutte le componenti morbide e dure del nostro vino siano in perfetto equilibrio e l’estratto secco gli dia eleganza e struttura. Nel Salento mai si è spento il ricordo delle baccanti, danzatrici in onore di Bacco (Libero altrimenti detto per i romani, Dioniso per i greci), ravvivato dalle odierne tarantate. Secondo alcuni il pretesto per proseguire un rituale pagano quando il vessillo della croce venne issato qui a Sud, fra le vigne di nero di Troia, negroamaro, primitivo e via via piantando. Intervinea eran dette le prime chiese cristiane, e non era forse una vigna quel “giardino divino” che tutti nell’Alta Galilea chiamavano Carmel? Il vino di quei tempi era molto diverso da quello che conosciamo oggi. La natura dei vitigni, le tecniche di coltura e di vinificazione non perfezionate, la bollitura (l’uso del mosto cotto nel Bianco di Martina per la produzione del Capocollo è ancora oggi in uso) cui veniva sottoposto ai fini della conservazione, davano luogo a liquidi densi e sciropposi, di alta gradazione, quasi sempre di sapore dolce (per i ricchi) ma se il vino dava di “spunto”, acido come quello cosparso sulla bocca dei  Le botti del NERO e del LUNA di Conti Zecca crocifissi (avvenne così anche per il Cristo) allora era ad uso dei poveri, leggi la gente comune. Non c’è dunque da stupirsi se nell’antichità il vino veniva rigorosamente diluito con acqua e la stessa parola odierna “mescere” in latino significa mescolare. Nella Bibbia la parola vino viene citata 450 volte, Orazio che con Virgilio e Mecenate passò da queste parti per poi tradurre quel suo famoso viaggio da Roma a Brindisi nelle sue Satire, descrisse nel I secolo a.C. la prima figura di ubriacone, sintomo sicuro della nuova tipologia di consumatore indotta dall’allargamento dei consumi, che nella Roma imperiale toccarono pensate i 200 litri annui procapite. Noi moderni consumatori non esageriamo e impariamo a degustare. Bere il vino con il cervello prima ancora che con la bocca. L’unico modo che abbiamo per entrare in contatto con il succo d’uva fermentato è assaggiarlo. Non dimentichiamo che il vino è materia vivente, capace di narrare la sua storia, basta saperlo ascoltare. E personalmente, cari navigatori, vi invito il 5 marzo a Villa Romanazzi Carducci, a Bari, nella sala Scuderia, dalle 16 alle 21, un evento aperto al pubblico con una speciale sezione ad ingresso libero ma su prenotazione riservato esclusivamente a ristoratori, gestori di enoteche e winebar, sommelier e amanti delle bollicine provenienti da tutto il Sud Italia (info sommelier Patrizia Giaquinto Ais Bari, cell. 347.4804355, email
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) che vede la collaborazione dell’Ais Bari (delegato Lello Massa) per l’Ais Puglia (presidente Vito Sante Cecere). Un Wine Tasting in cui il vero protagonista sarà il Prosecco Val d’Oca di Valdobbiadene della Cantina Produttori di Valdobbiadene. Sarò con la bravissima Antonella Ricci della Jre, Jeunes restaurateurs d’Europe, del Fornello da Ricci di Ceglie Messapica, per un gemellaggio del gusto, fra il Veneto e la Puglia, fra il Prosecco e la cucina della tradizione pugliese reinterpretata alla maniera di Antonella e di suo marito, il mauriziano Vinod Sookar. A proposito, Prosecco non è una caratteristica di questo vino che qui da noi è noto nella sola versione spumante, ma il nome di una località vicino Trieste, il vino che per i romani era detto “di eterna giovinezza”. Un buon motivo per esserci. |