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ANTONACCI: «I GENITORI DEL SANGIOVESE ERANO TERRONI» PDF Stampa E-mail
Scritto da Eustachio Cazzorla   
giovedì 29 marzo 2012

 La notizia (freschissima) è stata pubblicata sulla rivista internazionale “Molecular biotechnology” l’11 marzo scorso”. È frutto dello studio del Cra-Utv (Consiglio di ricerca e sperimentazione in agricoltura unità di Turi) nello specifico del prof. Donato Antonacci (che in un articolo scritto nel 2009 per “Puglia mi piaci” descrissi come il “Noè delle uve di Puglia” leggilo al termine di questo post). In sintesi il sangiovese, l’uva dello Stato della Chiesa e la più importante varietà da vino italiana, coltivata in oltre l’11% dei vigneti nazionali e che entra a far parte degli uvaggi più importanti (Brunello di Montalcino, Chianti, anche Classico, Morellino di Scansano, Carmignano, Rosso Piceno Superiore, Sangiovese di Romagna e altri) ha due genitori meridionali.

 Si tratta del Negrodolce e del Ciliegiolo. Al risultato, Antonacci e la sua équipe, è giunto grazie alle biodiversità raccolte nei progetti di recupero, caratterizzazione e valorizzazione delle antiche varietà locali. Lo studio ha aperto questa nuova affascinante ipotesi dopo lo studio del DNA con caratterizzazione molecolare di 55 microsatelliti analizzati in circa mille diverse varietà di vite conservate nell’azienda sperimentale dell’Unità di ricerca di Turi.

L’ARTICOLO DI “PUGLIA MI PIACI” 2009

IL NOÈ DELLE UVE DI PUGLIA, LA REGIONE DEI 99 AUTOCTONI

Dico Puglia e dico vino a tinte prevalentemente rosse nel bicchiere, da gustare fra 26  Doc, da Nord a Sud della regione. E poco importa se dal 1 agosto di quest’anno la dizione “Denominazione di origine controllata” dei vini va in soffitta e viene sostituita in tutta l’Europa dalle Dop (Denominazione di origine protetta) e Igp (Identificazione geografica protetta). Perché dire Puglia del vino, fuori regione tutti lo sanno, significa principalmente Nero di Troia (dal foggiano al Nord barese), Primitivo (a Gioia e Manduria) e Negroamaro (nel Salento). Ci sono poi da aggiungere i Rosati, l’intramontabile Moscato di Trani e l’Aleatico ovunque. Questa l’estrema sintesi di una Puglia che da sempre è terra di passaggio di genti e di merci. E non a caso i latini ribattezzarono le isole diomedee in Tremiti, le “Trametis”, il tramite per l’Illiria. E questo mare immenso che bagna gli oltre 840 chilometri di costa, cela anfore onerarie di oli e vini mai giunti a destinazione. Il vino se non arrivava, partiva da Brindisi, dalle colonne terminali della Via Appia e idealmente seguiva la Via Egnazia che dalla Puglia giungeva a Durazzo e attraverso la Tessalonica terminava in Costantinopoli. Una linea di collegamento che rimase attiva fino al Medioevo incrementando gli scambi. Ognuno si portava con sé il proprio vino, e se non lo trovava in zona poteva produrlo con le proprie barbatelle al seguito. Da questo passar di genti e di tralci ha avuto luogo l’attuale zonazione spontanea (le aree ben delimitate in cui crescono i vitigni che segnano il successo enoico della Puglia) che ha permesso l’acclimatamento di alcune varietà di vite e non altre, quelle che solo in determinati luoghi riescono ad esprimere il meglio. Voglio pensare alla delicatezza e grande espressione gustolfattiva del Primitivo che cresce sulle dune sabbiose del tarantino, al negroamaro delle terre silicee e argillose, al Nero di Troia dai tannini scalpitanti che predilige terreni con scheletro alluvionale su terre sciolte su cappellacci carsici.

Ma penso anche a tutta quella schiera di vitigni dai nomi strampalati come l’asprinone, il Barbarossa, il chiapparone, il ragusano, la cococciola e il francavidda e tantissimi altri “Carneade” ampelografici. Vitigni rari o in via di estinzione, relitti di vigne affidate alla cura di vecchi e per fortuna instancabili contadini. E così al tradizionale fiano si è affiancato quello tutto autoctono detto Minutolo che proprio grazie a 3 simpatici nonnini è stato riscoperto nelle campagne della Valle d’Itria e che adesso è da molti considerato il “Gewurtztraminer di Puglia”. Un vino dalla piacevolezza aromatica di frutti a polpa bianca, dalle marcate espressioni tropicali di mango e papaya che incrociano ghirlande di camomilla e di fiori campestri di emozionante freschezza al naso. Il Fiano minutolo contribuisce a segnare il successo di una Puglia che si riscopre anche terra di vini bianchi. E poi ci sono i “3 ello” da suddividere in ordine di notorietà e colore. Bisogna cominciare quindi dal susumaniello riportato in auge dai cambiamenti climatici. Piaceva ai nostri coltivatori per la sua caratteristica (che poi ne caratterizza il nome) di caricarsi come un ciuccio (somarello) di uva nei primi 10 anni di vita per poi pian piano ridurre le produzioni. Una caratteristica che oggi, laddove le basse rese per ettaro corrispondono ad un indice di qualità, è una ricchezza, ma che aveva portato pian piano all’abbandono d questo intrigante vitigno capace di esprimere nel vino piacevolezza di frutti rossi e ammiccanti note balsamiche dopo il passaggio in barrique. Il susumaniello è ormai vinificato in purezza e con successo da un numero sempre più crescente di produttori. Un vitigno misterioso, in crescita nella sua zona d’origine, il brindisino, in particolare Ostuni e tutta la zona che va dall’entroterra di Torre Guaceto alla litoranea Torre Testa a Nord di Brindisi. Un’area che vede il proliferare anche di un altro “ello”, che sfoggia eleganti note rosate. È l’Ottavianello, il Cinsault (o Cinsaut) della Francia del Sud, della Corsica e della Valle del Rodano. In Sudafrica è chiamato Hermitage. Qui da noi ottavianello perché giunse nella zona di Brindisi a fine ‘800 portato dal marchese di Bugnano, proveniente da Ottaviano vicino Napoli (dove a sua volta vi era arrivato nel ‘700 proprio dalla Francia). A San Vito dei Normanni un tempo veniva vinificato in Rosato in uvaggio con un altro eccellente sconosciuto, il notardomenico, vite di grande vigoria e apporto di mosto. E che dire del terzo “ello”, un vitigno a bacca bianca che resiste a Conversano, nel barese. Spesso vinificato con malvasie del posto, Il suo vino è paglierino chiaro, con profumi leggeri e lievemente aromatici, di contenuta corposità. È un illustre gregario in bottiglia, come il misterioso pampanuto che cresce solo fra Corato e Ruvo, e che viene tradizionalmente vinificato con il bombino bianco. Vitigni autoctoni, che colonizzano la nostra splendida Puglia da secoli e che è difficile ritrovarli altrove. Molti di questi, almeno 99, sarebbero scomparsi se non li avesse recuperati il professore Donato Antonacci, direttore del Centro ricerche in agricoltura di Turi (a Sudovest di Bari),  e la sua èquipe nell’ambito del progetto “Vitivin-valut” per la valorizzazione dei vitigni a rischio di estinzione, molti dei quali non ancora iscritti al Registro nazionale delle varietà della vite.

«Capita d’individuare in campagna vigneti mai visti prima – spiega Antonacci -. Selezioniamo le viti e le reimpiantiamo nel nostro centro. E se per esempio dopo un anno ritorniamo in quel posto spesso troviamo lo scasso, il vecchio contadino magari è morto e con lui sarebbe stata estinta anche la sua vigna». Antonacci come un redivivo “Noè delle vigne” a tutela delle biodiversità ampelografiche secondo un lavoro di ricerca, nel rispetto della tradizione e della cultura. Un esempio particolare sono gli studi ancora in auge sul tuccanese, un vitigno unico, di Orsara (nella Daunia) che secondo alcuni deriva dal perricone siciliano, portato in zona in epoca angioina, per altri dal piedirosso campano, o ancora potrebbe essere una mutazione del sangiovese. Comunque un nativo di Puglia, una terra che rispetta l’ospitalità, sacra anche per i vitigni che vi s’impiantano.

BOX IL CENTRO RICERCHE IN AGRICOLTURA (CRA)

È un Ente nazionale di ricerca e sperimentazione con competenza scientifica generale nel settore agricolo, agroindustriale, ittico e forestale. Ha personalità giuridica di diritto pubblico, ed è posto sotto la vigilanza del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Ha inoltre autonomia scientifica, statutaria, organizzativa, amministrativa e finanziaria.

Istituito con D.L.vo 454/99, il CRA raccoglie le esperienze di 28 Strutture di ricerca e sperimentazione agraria e delle rispettive 54 sedi operative periferiche sparse in tutta l’Italia.

BOX L’ORIGINE DEI NOMI DEI VITIGNI

Ha inizio dal XII al XIII secolo. Tuttavia le basi di partenza erano già state tracciate dai latini ed in particolare da Plinio il Vecchio nella sua "Naturalis historia". Le motivazioni circa l'assegnazione delle denominazioni possono essere classificate secondo vari criteri:

  • le percezioni sensoriali dell'uva, cioè in base al colore degli acini, come ad esempio la verdeca che si presenta particolarmente chiara, oppure in base alle caratteristiche gustative, ne sono esempi il negroamaro, ammandorlato nel finale;
  • le caratteristiche morfologiche del grappolo o dell'acino, come ad esempio il Pagadebit (l’altro nome del bombino bianco, che paga i debiti, per l'alta produzione), la coda di volpe, l’uva morella;
  • la fenologia del vitigno, denominazione legata soprattutto al mese di maturazione, ad esempio il primitivo, deriva dalla precocità delle uve;
  • le tecniche di coltivazione e produzione, come per la varietà falanghina che viene allevata con l'utilizzo di un tutore, la falange.
  • l'appartenenza al luogo di produzione (nero di Troia, Francavidda, Maruggio) oppure derivanti da nomi di persone o Santi (santa Sofia, san Nicola).  

      Un'ulteriore importante classificazione è rappresententata dalla quantità delle sostanze odorose. Queste sono costituite per la maggior parte dai terpeni liberi o glicosidasi (ad esempio: geraniolo, linalolo) che caratterizzano moscati e malvasie. Si concentrano nella buccia. Sono abbondanti nei vitigni aromatici, vanno via via diminuendo nei semiaromatici (l’aleatico) e quasi scompaiono in quelli neutri.

SCHEDE
Vitigni frutto della ricerca del CRA e non ancora iscritti al Registro Registro nazionale delle varietà di vite

A BACCA BIANCA

Antinello, asprinone, Bianco reale, Bombinone, chiapparone, Fiano minutolo,

Fiano rosa, Greco aromatico, Grilla, Malvasia antica, Malvasia antica campanara, Malvasia bastarda, Manessa, Mantonico, Marsala, Maruggio, Montonico pinto, Paglione, Pupo, Ragusano, San Severo, Santa Sofia, Scala, Squaccianosa, Trebbianello siciliano, Uva morella,

Uva palomba, Verdolina

A BACCA NERA O ROSSA

Barbarossa, cerasola, Cicciuvitto, Complessa, Malvasia antica, Marchione, Melona, Moscatello,

Moscatello rosa, moscato nero, nerieto, pampanone, primitivo selezionato, primitivo siciliano, primus, ruscella, san Lorenzo, sò Nicola, san Nicola, somarello rosa, trizzulo, Tuccanese moscio, Tuccanese, Uva bianca antica, Uva nera antica, Uva principe, Uva rosa antica, Verdana nera, Zagarese, Zibibbo.

Vitigni frutto della ricerca del CRA e già iscritti al Registro Registro nazionale delle varietà di vite

A BACCA BIANCA

Asprinio, Asprinio bianco, bianco d’Alessano, bombino bianco, cococciola, coda di volpe, falangina, fiano, Francavidda, greco, greco bianco, impigno, malvasia bianca, malvasia di Lipari, moscatello, moscato bianco, moscato di Terracina, moscato giallo, pampanuto, trebbianello, verdeca, verdicchio bianco

A BACCA NERA O ROSSA

Aleatico, ciliegiolo, lacrima, malvasia, malvasia nera di Brindisi, malvasia nera di Lecce, Montepulciano, negroamaro, nero o uva di Troia, notardomenico, ottavi anello, piedi rosso, sangiovese, primitivo, somarello o susumaniello, uva di Troia ad acino piccolo.

ALTRE UVE RARE

A BACCA BIANCA

Garganega, grillo, silvaner verde, traminer aromatico, vermentino (presente in tutta la Puglia)

Mostosa, Manzoni bianco, riesling italico, semillion, trebbiano giallo, trebbiano romagnolo, trebbiano toscano

A BACCA NERA

Aglianicone, barbera, bombino nero, lambrusco maestri, negroamaro precoce o canellino, Syrah (shiraz), macchiatello garganico.

Vitigni internazionali in puglia

Cabernet franc

Cabernet sauvignon

Malbech (già dal 1800)

Cinsaut/ottavianello (già dal 1800)

Merlot

Petit verdot

Sauvignon

chardonnay

Pinot bianco

Pinot grigio

Pinot nero

Semillon

 
< Prec.   Pros. >
 
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