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 Negroamaro di San Donaci (Brindisi) “Negro amaro” per gli enotecnici, negramaro per tutti, il vitigno più reciproco alla “Terra del barocco”, il Salento. Uva con il fascino dell’autoctono che una volta divenuta vino esprime valori culturali, storici e ambientali, e al naso lascia l’impronta inconfondibile «dell’amarasca» già riportata nel “De Vinea” (1629) l’opera in cui il pugliese Prospero Rendella tesse, primissimo subito dopo il Bacci (1596), l’elogio della vite. In cui narra di vitigni e vini, della tracciabilità ante litteram, anticipa gli odierni temi del “bere caldo” e non come si usava all’epoca sulle nobili tavole in cui il vino veniva mescolato alla neve.
Profumi intensi e fruttati quelli del negro amaro, un tempo sacrificati al taglio dei vini delle più alte latitudini. Nobilitato dalla Doc Salice Salentino rosso (1976) e al sapiente impiego di botti e caratelli (dovremmo dirli barrique) che donano la giusta longevità se unita all’appassimento (su graticci meglio che sulla pianta). Tecniche applicate per primo da un enologo su tutti, Severino Garofano. A seguire i nuovi interpreti del negro amaro, Elio Minoia, Giuseppe Pizzolante Leuzzi, Antonio Romano e altri. È il vitigno più antico allevato in Puglia (per quantità primeggia Guagnano). È presente in 13 Doc sulle 25 di Puglia. Fuori dal Salento ha rifatto la sua comparsa di recente nel Rosso di Cerignola, Doc del 1974 rimasta senza etichette per almeno 20 anni.Del negro amaro conosciamo la resistenza alla siccità, la sua specificità a seconda delle zone, la sua vigoria produttiva che con un calibrato rapporto foglia-frutto diventa struttura nel vino, una grande concentrazione (opulenta) che gratifica la fatica del vignaiolo. Il suo vino ne esprime il carattere, vigoria alcolica di meri (veri) vini di razza. Il vitigno rivendica verosimili origini greche. Possiamo pensarlo giunto nell’VIII secolo a.C. con i colonizzatori spartani parteni (secondo Strabone) che fondarono Taranto e Gallipoli. Erano i figli illegittimi nati dalle vergini e dai guerrieri rimandati in patria. Quando le armi tacquero la lealtà sfumò come i sentori del vino. La provocazione diventò ribellione e dopo la fallita congiura i parteni consultato l’oracolo di Delfo prima di fuggire verso la Puglia. A Falanto, loro condottiero, il responso fu chiaro «popolate la grassa terra degli iapigi e siate la loro rovina». Sulle navi varie genti e tra le barbatelle al seguito pensiamo anche al negro amaro. La storia poi parla di continui contrasti con i locali messapi. Della morte sotto le mura di una Manduria non ancora vocata al primitivo, di Archidamo re di Sparta nel 338 a.C. E di un’alleanza fra un drappello di tarantini ribelli e i messapi di Brindisi. E vogliamo pensare che a suggellar l’accordo con genti dedite alla guerra e all’agricoltura idoneo fosse un bicchiere di vino con annesso scambio di barbatelle di negro amaro. Ma questo vitigno avrebbe già potuto avere altre possibilità di arrivo in Puglia, ben prima di quelle date. Con le popolazioni egee tra il XIX e il XVI secolo a.C., micenee fra il XV e il XII secolo a cui seguirono gli illirici iapigi (poi divisi in dauni, peuceti e messapi). Arrivi non necessariamente legati alla Megale Hellas (Magna Grecia) come spesso riportato sulle etichette dei vini. Per passare dalle ipotesi alla storia bisogna giungere al 6 novembre del 1872 quando Achille Bruni, direttore dell’Orto botanico e agrario di Lecce dal 1867, in una lettera inviata al professore Apelle Dei descrive il nostro negro amaro come un vino con «eccesso di materia colorante», di grado «alcoolico» e con un suo «aroma speciale». E fu il Bruni ad osservare come la stessa uva «con acini a forma di oliva» l’aveva assaggiata a Pozzuoli dove la chiamavano olivella. E poi un’altra enclave del negro amaro, sempre per il Bruni, sarebbe stata Barletta dove il vitigno veniva chiamato purcinara. Proprio nella terra del nero di Troia un altro autoctono di rispetto, che il prof. Attilio Scienza (premio speciale della Giuria dell’Oscar del vino 2006) ha indicato per vicinanza genetica , molto simile al negro amaro (e anche alla malvasia con cui per tradizione viene vinificato). «Uve che fanno riferimento all’area culturale adriatica» ha ribadito Scienza. Ma per dare una spiegazione dell’origine del nome bisogna risalire a Giuseppe Perelli che in un articolo dal titolo “Enologia e viticoltura nelle tre Puglie” scritto per gli Annali di viticoltura ed enologia italiana nel 1874 parla di “nero amaro” che sappiamo chiamato uva abruzzese a Valenzano ed a Terlizzi nel barese e a Montemesola (Taranto) come viene riportato nel Bollettino ampelografico del 1875. Nel martinese è ancora oggi nota come mangiaverde, a Galatina come jonico, intorno a Leuca come uva cane e poi ancora altrove arbese, nero leccese, nigra amaro, nieru o niuru (a)maru. Ma è certo che l’idea del vitigno che dà vini carichi di materia colorante “negro” e “amaro” per i suoi tannini, è ormai da archiviare. Ha grande quantità di fenoli non flavonoidi e il salutistico resveratrolo, ma negro amaro sarebbe la somma della stessa parola, nero in latino, niger e nero in greco, mavros. Un nero-nero che avrebbe reso comprensibile il vitigno a Roma come a Bisanzio, un vitigno cerniera fra Oriente e Occidente, come la Terra d’Otranto su cui impera.È ormai scomparso da due secoli il negro dolce, riscoperto invece per selezione clonale dell’Istituto sperimentale per la viticoltura, il negro amaro precoce o canellino. È dello stesso gruppo varietale del nostro negro amaro, ma con acini più piccoli, maggiore fertilità delle gemme e maturazione anticipata di 15-20 giorni. Chissà se anche questo viene dalla Grecia o forse introdotto da Iapige figlio di Licaone l’autoctono (un segno semantico?), ma non va dimenticato che le genti del “Tacco” hanno visto arrivi greci ben più recenti, quelle della Grecìa salentina, colonie volute da Basilio I il Macedone (IX secolo d.C.) e rimpinguate dai profughi delle feroci guerre elleniche fra Roberto il Guiscardo e Alessio Comneno (1077-1085). Come ellenico è il modo di pigiare l’uva che sopravvive in alcuni vecchi contadini leccesi, in sacchi, così da far «lacrimare» il mosto lontano dalle bucce. Vinificazione in bianco ante-litteram che fa del negro amaro, bacca nera e carisma mediterraneo, il vitigno per il Rosato pugliese d’eccellenza.Le 13 Doc del negro amaro:Alezio, Brindisi, Copertino, Galatina, Gioia del Colle, Leverano, Lizzano, Matino, Nardò, Ostuni, Rosso di Cerignola, Salice Salentino, Squinzano Rosso.(Un mio articolo scritto per Gazzetta dell’Economia) |