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Gravina di Puglia non è solo la città che ci riporta alla mente la tragedia di “Ciccio e Tore” i bambini che ci hanno affezionato e che attraverso i media abbiamo amato e conosciuto quando purtroppo non c’erano più, inghiottiti da un maledetto budello. Gravina è e rimane un vino da una vena fresco acida inconfondibile. Delicato fin dal colore bianco paglierino con accattivanti nuance verdoline.
Il segreto nella mano del contadino, dell’enologo Matteo Derosa, consulente Severino Garofano per la cantina Botromagno, ma soprattutto di una terra unica e inconfondibile, che incute timore con quell’orrido che solca la città. Una cicatrice eterna che la separa dall’altra sponda del torrente, quella dove la sua storia ha avuto inzio e dove 2000 anni fa arrivarono le prime barbatelle del vitigno greco. Perché l’uvaggio del Gravina doc è malvasia del Chianti 46-65%, greco di Tufo e/o bianco d'Alessano 35-60%, eventualmente bombino bianco e/o trebbiano toscano e/o verdeca fino al 10%. Di qui un vino che al naso restituisce tutta la delicatezza del substrato calcareo tipico della città dove è facile imbattersi sul colle di Botromagno in sorgenti di acqua dolce freschissima. Fragrante di fiori bianchi, acacia e biancospino, per poi lasciare il posto alla piacevolezza dei frutti a polpa bianca, mela verde in primis per poi evolvere sulla pesca poco matura e richiami di quelle erbette fresche della Murgia con note spiccate di salvia se non finocchietto selvatico. In bocca rotondo, sapido, con finale ammandorlato s’intreccia con un’accennata vena minerale. Volume alcolico 12,3 % (la Doc fissa in 11% il minimo). Da bere con amici, prima ancora che con crostacei, ostriche, carni bianche cotte in umido, frittata di cardi. Prima annata 1991. ANNOTAZIONE ENOICA: Quando parliamo del greco di Tufo nel Gravina, pensiamo sempre a uno sconfinamento in Puglia del greco campano. Beniamino D’Agostino, comproprietario della cantina Botromagno di Gravina, ci spiega che in realtà il greco utilizzato nel Gravina doc è un vitigno del posto. Secondo lui arrivato in città direttamente dall’Ellade e cugino del greco di Tufo. Bisognerebbe fare degli studi per avallare questa tesi abbastanza verosimile. Dovremmo quindi cominciare a parlare di “greco di Gravina”. Perché no. |