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Pagina 1 di 3  aglianico nella Valle del Titolo Il Monte Vulture (1326 metri), vulcano spento da appena (geologicamente parlando) 200mila anni, ha lasciato nel corso delle sue passate eruzioni, un’enorme patrimonio minerale nei terreni circostanti, ancora oggi ricchi di preziosi microelementi di origine eruttiva che, unitamente al beneficio climatico delle escursioni termiche tra il giorno e la notte, rende unica l’uva che cresce sulle sue pendici, l’aglianico.
Durante la fase di maturazione (invaiatura-vendemmia) le escursioni termiche sono fondamentali per la vite e per produrre vini di qualità. La vite infatti sopporta bene le temperature elevate di giorno, ma necessita di condizioni di freschezza notturne. Così le differenze di temperatura durante questo periodo sono correlate positivamente alla sintesi degli zuccheri, del colore (antociani) e degli aromi. Di giorno, infatti, la vite fotosintetizza e di notte, al freddo relativo, si riposa e trasloca i composti sintetizzati dalle foglie alle bacche. Se dovesse fare caldo anche di notte molti zuccheri elaborati dalla fotosintesi nel corso della giornata verrebbero consumati a favore dello sviluppo vegetativo e della respirazione e quindi a discapito dell’accumulo di fotosintetati nella bacca e della biosintesi di antociani. Si creano così ingorghi fogliari (come dimostrato nel 1985 dal professore Mario Fregoni) di zuccheri che non permettono all’acino di colorarsi e di assumere aromi.Anche questo è uno dei segreti del Vulture dove gli sbalzi termici permettono alle uve di sviluppare sostanze odorifere e odorigene. Le prime sono sostanze aromatiche che passano inalterate dall’uva al vino, le seconde sono sostanze non necessariamente odorose che danno origine a composti profumati nel vino in reazione con altri componenti del vino stesso e in precedenza del mosto. Il vino del Vulture ha profumi e aromi inconfondibili, connotati di grande tipicità, personalità ed eleganza. La fascia dei vigneti varia dai 450 metri sul livello del mare sino ai 600 metri di Barile, un’altitudine che permette all’aglianico di esprimersi al massimo. Il resto lo fa un’esposizione invidiabile per la coltura della vite, incastonata com’è alle falde dell’antico vulcano. Su questi pendii assolati, trova felice dimora, ormai da millenni (c’è chi con esagerata esattezza ha parlato di 2800 anni), il vitigno aglianico, di probabile provenienza greca (ellenico) o addirittura caucasica. Un recente studio di Manuela Piancastelli, condiviso dal professore Luigi Moio, ne farebbe derivare il nome a a-gleukos, cioè qualcosa che non è dolce, in lingua greca. Etimologia a parte, l’Aglianico del Vulture, è un nobile vino rosso del Sud, riconosciuto DOC con decreto ministeriale del 1971 e prossimo, non è mai troppo tardi, a diventare la Docg più a Sud.UN PO’ DI STORIAL'Aglianico del Vulture, perla dell'enologia meridionale, vanta illustri degustatori, quali il poeta lucano Orazio, Plinio il Vecchio e Carlo D'Angiò che in una sua lettera "ordinava" gli fossero servite ben "400 some" del buon vino delle colline del Vulture. Nasce fra paesaggi mozzafiato, punteggiati da castelli e casali che recano le tracce del passaggio dell'Imperatore Federico II di Svevia, la cui memoria ancora oggi aleggia nelle battute di caccia col falco, e fra i muri del Castello di Lagopesole e Melfi dove furono promulgate le sue Costituziones.
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