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Che serata splendida quella di ieri al Terranima di Bari. Bravo Piero Conte che molto democraticamente in quel di Verona mi disse «Eusto il 22 aprile c'è una tua degustazione nel mio locale!». Io garibaldinamente risposi «obbedisco!» ed eccoci qui a parlarne. Vini riportati dal mio taccuino di cronista al banco di marmo di Terranima, davvero splendidi, presto qui una degustazione completa bicchiere per bicchiere, datemi tempo. Mi ha fatto piacere avere con noi tantissimi amici, colleghi, come Pino Bruno di Raitre, il dottore Daniele Amoruso di Telenorba, lo stesso Oscar Farinetti di Eataly di passaggio da Bari e altri attenti e appassionati di cose buone. Bene il sabrage, la mia prima e la sua di "Le fossette" brut di Alberto Longo (c'era lui e il simpatico papà vincitore di premi con i suoi vini negli anni '80, quando l'azienda era Longo e basta presumo, simpatica ed emozionante la fraterna rivalità fra i due, spazia fra l'ieri e l'oggi piacevolmente insieme, e ieri sera con noi). Il tappo è partito al primissimo colpo di spada, tra l'entusiasmo di tutti, un vino dai piacevoli sentori di pesca quasi sciroppata per la sua carica terpenica più che per gli zuccheri residui, poi note floreali a seguire con una ventata di gelsomini frammisti a giacinti primaverili, fiori di campo e fieno fra pungenti bollicine al palato che intersecano in via retrolfattiva un fondo di muschio bianco. E poi il Pinot bianco di Colle Petrito, note resinose, quasi minerali a sostegno di polpose nuance tropicali che fanno capolino con forti sentori di papaya, mango, su fiori di sambuco, muschio se non bosso, una freschezza di frutto e fiori che preannuncia una buona acidità, sapidità che si fa iodata al retrolfatto. Da un vitigno mittleuropeo che sposta qui a Sud il baricento enoico dell'Europa di quel Pinot. Un vino inusuale per il territorio, dove la surmaturazione dell'uva lo carica di zuccheri (16 gradi babo) e gli dà un imprinting territoriale; 13,5% di alcole in bottiglia. Il resto, presto cliccando qui in basso "leggi tutto" per il momento la slideshow della serata, basta cliccare al centro per farla scorrere. Buona visione.
 - ROSSO - "Nero di Troia" di Botromagno, al primo millesimo - 2007 - è un rude elegante. Di coraggio la scelta dell'affinamento in riduzione (acciaio, no barrique), per nulla penalizzante se solo si faccia respirare un po' il vino prima dell'assaggio che svela fin dalle radici l'essenza del vitigno. Botromagno con questo vino ci ricorda che anche il "Nero", come il Re, è nudo. Qui, fatto vino, svela frutti rossi, ciliegia incredibilmente nata fra rovi di boschi splendidi. Se non mi avessi detto che le vigne sono a Minervino, giurerei che si tratta di quelli profumati, ricchi d'humus, regno del cardoncello ed erbe selvatiche, di Gravina. Quelli amati e trascorsi da Federico II. (Per la scheda tecnica clicca sull'etichetta)
- ROSA - "Rosè di Lulù", a prima vista per chi ricorda i manga giapponesi riporta alla mente "Lulù l'angelo tra i fiori", e a ben guardare la retroetichetta l'angelo c'è ma con tanto di carne, ossa e una grande simpatia, altro che cartone animato, è la piccola Lucia Pia, figlia di Beniamino D'Agostino il deus ex machina con il fratello Alberto, di Botromagno, e ci si rende subito conto che prima della passione per il vino questo prodotto nasce dall'amore per la famiglia e per il territorio. La vigna ("del Trono" così detta perché situata in alto) sfiora i 700 metri sul livello del mare, nel punto più alto e inaccessibile di Gravina in Puglia. Un crus naturale, dove il recinto è irto, come irto è il lavoro del vignaiuolo. Terreno sabbioso, molto drenato e dove è difficile che attecchisca altro. Da questa vigna nasce il Rosè di Lulù, dove il Nero di Troia condivide in par misura la bottiglia borgognona con il Montepulciano. E' quest'ultimo il protagonista lasciando al primo un ruolo di nobile gregario. I profumi sono accattivanti, freschi, la fragolina di bosco rincorre ciliegie fresche e pienamente mature, su un substrato di fiori campestri. Il colore ricorda quello dei Rosati salentini ma qui siamo nell'entroterra di Bari, nel regno dei Bianchi dove i Rossi sono una sfida da vincere, anzi già vinta nei territori circostanti (vigne aziendali a Minervino e Gioia del Colle), per i Rosati no. (Per la scheda tecnica clicca sull'etichetta)
- ROSA - 75 "L'antica Cantina" di San Severo, bottiglia da mezzo litro e colore cerasuolo non molto intenso. Questo Montepulciano in purezza, pensato per commemorare il 75esimo millesimo (nel 2008) della Cantina Sociale di San Severo, complice l'utilizzo ossessivo del freddo in fase di macerazione, esprime uno slancio fruttato di pesca melba con seme e buccia palpabili. Te ne accorgi al palato dove l'olfatazione si fa morso e complice una buona dose di tannini, la ruvidezza della buccia di pesca ti sembra proprio scorra sulla lingua. Un vino che fa raccapricciare i puristi del Rosato per l'insistente profumo di pesca, affascina il mondo femminile e chi, stupito, ancora non l'avrebbe mai detto che «esiste un Rosato così!».
- BIANCO - "Le Fossette" di Falanghina si vestono di una coltre argentea di anidride carbonica da metodo Martinotti-Charmat. Sei mesi sui lieviti in autoclave e il risultato è un prodotto Brut, quindi massimo 15 grammi litro. Ma la carica terpenica addolcisce il naso, banana matura, pesca sciroppata, un cesto di frutti a polpa bianca con ghirlanda di fiori dolci d'identico colore, gelsomino e campo fiorito fresco di Primavera. Un vino che scalpella il palato e intriga per questa prima volta in Terra di Puglia di una Falanghina spumata, come in Campania felix. (Per la scheda tecnica clicca sull'etichetta)
- ROSSO - Aglianico di Colle Petrito, un Igt di Puglia da vigne a tendone con basse rese in quel territorio di Minervino tra i più alti nella regione. Vigne che guardano il Vulture e lungo l'Ofanto lo sguardo intravvede il Gargano in lontananza. Rosso intenso, quasi cupo, il frutto rosso unisce in un'unica gelatina, ciliegia, ribes nero, mora di rovo, il tutto con uno spolvero speziato di pepe nero, macis, su note vegetali di rabarbaro. Al palato la trama tannica riveste tutta la bocca con immediatezza. Un patrimonio di personalità e struttura che forte di tannini indomabili e di una piacevole freschezza acida, lascia trasparire una gran voglia di longevità. Malolattica non svolta. Abbianamento a carni nere (selvaggina da piuma e da pelo) e rosse, piatti importanti e strutturati. - BIANCO - Moscato, Igt Salento. Scrivi Moscato e pensi a Trani, ma anche più a Nord d'un tempo, Molise, Montagano Campobasso. Ezio D'Oria di Valle dell'Asso con il signor Luigi Vallone in quel di Verona mi hanno incuriosito. Moscato anche a Sud, Galatina, pieno Salento. Vino color oro, come li ricordava a un tiro di schioppo nel 1600 il buon Prospero Rendella nella vicina Nardò, ora il vino d'oro ritorna nella città dell'Assisi di Puglia, dove Santa Caterina d'Alessandria sfoggia affreschi gotici di splendida fattura. Il Moscato Valle dell'Asso fa sfoggio al naso di note mielose, di cotognata, dattero, frutta candita, meglio di cedro e kumquait canditi prima di chiudere su note lontane ma evidenti di sentori iodati portati da una brezza marina. Delicati e suadenti marcatori minerali che annunciano freschezza al palato. Coerente con un ingresso dolce che in fin di bocca lascia il posto a una piacevole acidità agrumata, piacevolmente persistente che ben concorda con pasticcereria da forno con confetture e marmellate in farcitura, pastiera napoletana, l'autoctono pasticciotto ed Ezio concorda con ricci di mare salentini. Un Moscato da consumare alla Forcatella dunque! - ROSSO - Nero di Troia Oblivio di Cantine Ferri, l'indomito Nicola Ferri mi chiama ed attende impaziente la mia degustazione, intanto anticipa, «il mio vino si sniffa non si odora, profuma di ciliegia e marasca perfettamente mature, è una bomba» si loda da solo? No solo grande entusiasmo e grande passione per le proprie cose fatte bene, e c'è da crederci. Confermo, l'ho degustato il 28 aprile scorso durante la serata con i Rotary Terre dell'Olio di Bitonto. "Oblivio", un rosso rubino da manuale, lui dice ematico, direi sanguigno come il suo ideatore, un Nero di Troia della zona di Andria, piacevolmente fruttato, in cui intriganti sentori di marasca virano verso lo sciroppo d'amarena su un sottofondo piacevolmente speziato di cannella e chiodo di garofano inghirlandato di felci sfrondate, di fresche violette. Le spezie affiorano delicate, lontane quanto un entusiasmante ricordo, il frutto di un assemblaggio dello stesso vino che per una sola quota del 10% fa passaggio in legni piccoli di Allier. Un Nero di Troia elegante al naso, intenso, abbastanza complesso, in il secondo livello di frutto emerge delicato sotto forma di fragola di sottobosco. Un vino che entusiasma al naso e di cui mi sarei aspettato devo ammettere un ingresso al palato più sontuoso, ma ugualmente carezzevole. Ben sorretto da tannini che necessitano un ulteriore affinamento, questa volta in bottiglia. Partendo da queste premesse Oblivio, paradossalmente al nome, non è di certo un vino che si può dimenticare. Ferri.
Intanto per chi vuole, qui e dall'etichetta la scheda tecnica in pdf |scheda tecnica| - ROSSO - Vandalo 2007 Nero di Troia di Tenuta Cocevola. Polposo di frutti rossi, piacevolmente speziato, pepe verde, noce moscata, lieve balsamicità. Il gelso rosso si fa ribes, delicatamente mirtilloso, china e caramello in contrappunto nel finale con una nota di stecca di liquirizia. Coerente al palato dove il tannino è mitigato dai 6 mesi in barrique di media tostatura, ma mai domo trotta il palato. Di buona struttura e complessità olfattiva, Vandalo chiama ria sé carni rosse, brasati, piatti impegnativi o discussioni a non finire.
Splendia serata, splendidi vini, splendida gente. Tanti amici e vignaioli di rango....tutto bene e soprattutto auguri a Giorgia che al varcare della mezzanotte ha festeggiato il suo compleanno. Buon vino.
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